Prima il Venezuela, con un intervento militare giustificato dalla lotta al narcotraffico. Maduro viene catturato e, guarda caso, pochi mesi dopo gli Stati Uniti ottengono importanti diritti economici su 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.
Poi arriva la guerra con l’Iran, proprio in una delle zone più delicate per il commercio mondiale di petrolio: lo Stretto di Hormuz. Navi sotto minaccia, esportazioni bloccate, prezzi che salgono, Borse che tremano. E gli americani che, con la loro potenza militare, aumentano la pressione su una delle rotte energetiche più importanti del pianeta.
Nel frattempo Trump continua con le sue dichiarazioni, le minacce, le improvvise aperture diplomatiche e le solite battute senza senso. Una parola e le Borse salgono, un’altra e crollano. Tutti dietro all’ultima sparata, mentre miliardi di dollari si spostano sui mercati.
E non è soltanto una questione di parole: un’inchiesta della CBS ha documentato compravendite di azioni di società petrolifere nei conti d’investimento di Trump durante la guerra con l’Iran. La Casa Bianca sostiene che siano gestite autonomamente, ma il problema del possibile conflitto d’interessi rimane.
E adesso arriva il capolavoro: Putin!
Prima le sanzioni alla Russia, il divieto di importare petrolio russo, le pressioni sugli alleati per isolare economicamente Mosca.
Poi, improvvisamente, Trump tratta con Putin e apre alle forniture di diesel russo sui mercati internazionali, allentando alcune restrizioni. Il tutto mentre la guerra in Ucraina continua.
Prima si blocca il petrolio, poi si cercano accordi per rimetterlo sul mercato. E chissà quali altre opportunità commerciali si apriranno per chi saprà gestire questi nuovi flussi.
Ma davvero dobbiamo continuare a considerare tutti questi episodi come fatti scollegati?
Venezuela, Iran, Russia, sanzioni, rotte commerciali, petrolio e Borse. Ogni crisi sembra trasformarsi anche in un’occasione per rafforzare il peso economico e negoziale degli Stati Uniti.
Questo non dimostra che Trump abbia pianificato ogni crisi per guadagnarci (no?!). Ma una domanda possiamo farcela: quanto pesa il controllo dell’energia nelle sue decisioni politiche e militari?
Altro che libero mercato! Sembra una partita a Monopoli dove Trump vuole fare il giocatore, il banchiere e pure quello che cambia le regole quando gli conviene.
E l’Europa? Stretta tra guerre, sanzioni, rincari energetici e decisioni prese altrove. Con le imprese in difficoltà e i cittadini che pagano carburante, bollette e prodotti sempre più cari.
La cosa più assurda è che chi contribuisce a creare instabilità può poi presentarsi come quello che ha la soluzione.
E mentre Trump fa spettacolo, noi stiamo pagando il conto. Magari due volte.
Forse sarebbe ora di smettere di guardare soltanto quello che Trump dice e cominciare a seguire dove finiscono i soldi.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, l’altro grande affare del secolo. Tra petrolio, dati, algoritmi e mercati finanziari, la domanda ormai non è più soltanto chi governa il mondo, ma chi controlla i flussi di denaro, energia e informazioni.
A questo punto, più che chiederci come finirà il mandato di Trump, dovremmo domandarci chi sarà diventato l’uomo più ricco del mondo e, soprattutto, quale potenza avrà accumulato tanto potere da decidere non solo le sorti dell’economia mondiale, ma persino quando dovremo alzarci la mattina e andare a dormire la sera.
Perché in questa partita a Monopoli, ho il sospetto che qualcuno abbia già comprato tutte le caselle. E magari voglia pure una percentuale quando passiamo dal VIA!
Scritto da me e corretto da Sirius AI